“Oltre i cieli dell’avventura”. Per chi è cresciuto con i Pokémon questa non era solo la sigla della serie animata, era una fantasia e una speranza. E con i suoi alti e bassi la serie di videogiochi di Pokémon ha accompagnato tantissimi videogiocatori lasciando un segno nella storia del videogioco. E più si andava avanti più Game Freak sembrava voler realizzare il sogno di un gioco Pokémon in un mondo aperto. Concetto che si sposa perfettamente con quello che è la realtà dei mostri tascabili. Un viaggio per crescere e diventare più forti, luoghi e biomi sempre differenti e tantissimi Pokémon diversi immersi nella natura. Non c’è da stupirsi che l’annuncio di Scarlatto e Violetto si sia rivelato come la promessa della realizzazione di quella fantasia e speranza di avventura. Ma la verità è che i due titoli hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma per saperne di più vi invitiamo a leggere l’approfondimento che trovate sul sito dal titolo “Pokémon Scarlatto e Violetto, un passo avanti e cinque indietro”. Qui ci dedicheremo all’analisi critica del titolo prendendo in esame i vari aspetti del gioco.
Meccaniche di combattimento solide e collaudate
Le componenti strategiche di Pokémon sono da anni il punto forte della serie. Ne è la dimostrazione il vivo ambiente competitivo che si è andato sempre di più affermandosi. Meccaniche che avrebbero bisogno di uno spazio apposito per poter essere analizzate. Parliamo quindi delle piccole novità. L’inserimento di 107 nuovi Pokémon è un bel incremento al roster di mostri tascabili utilizzabili. Ma è la Teracristallizzazione ad essere la nuova variante nel combattimento. Adesso ogni Pokèmon possiede un tipo teratipo che viene rivelato una volta attività la Teracristallizzazione. Facciamo un esempio: se io possiedo uno Scizor (acciaio/coleottero) di teratipo acqua attivata la nuova meccanica questo diventa del tipo suddetto. Ora per chi è dentro le meccaniche di Pokémon sa che Scizor è molto debole agli attacchi di tipo fuoco, ma la possibilità di renderlo all’improvviso di tipo acqua eliminerebbe tale debolezza. Questo aggiunge una componente strategica capace di cambiare improvvisamente gli aspetti di uno scontro e sarà curioso scoprire come verrà sfruttata in competitivo. Un peccato per l’aspetto estetico che trasforma i Pokémon in giganteschi Swarovski. Inoltre è stata aggiunta una modalità di combattimento più rapida in cui il giocatore può mandare avanti il primo pokémon della squadra all’attacco verso un altro pokémon selvatico, lo scontro avverrà in modo autonomo senza interrompere l’esplorazione. Questo permette di ricevere meno punti esperienza, ma al contempo di raccogliere alcuni materiali.

Più grande all’esterno
La nona generazione non è la prima ad aver tentato di portare la saga in un mondo aperto. In questi ultimi anni Game Freak ha sondato il terreno per capire le reazioni del pubblico, le quali sono state comunque positive nonostante i tanti problemi tecnici che la serie si porta dietro da un po’. Dalle terre selvagge di Spada e Scudo, passando per le micro aree di Leggende Arceus, che richiamavano un po’ lo schema di Monster Hunter: World, fino ad arrivare alla formula attuale di Scarlatto e Violetto. L’obiettivo era quello di regalare un’avventura molto più libera rispetto agli altri capitoli, ma questo riesce solo a metà, ma lo vedremo più avanti. La regione di Paldea è molto vasta e può teoricamente essere esplorata in totale libertà. Altro cambiamento è stato quello di passare dai Poképassaggi ad una sola cavalcatura che può essere potenziata nel corso dell’avventura in modo di permetterle di planare, nuotare, arrampicarsi ecc. Fin da subito si vede come Game Freak abbia voluto incentrare l’esperienza sull’ambiente esterno: il classico centro medico è stato sostituito da una specie di stazione dove gli allenatori possono curare i pokémon e comprare strumenti, gli edifici in cui si può entrare sono diminuiti drasticamente andandosi a perdere la classica esperienza di entrare nelle case degli NPC, le palestre non sono più dei micro dungeon in cui battere allenatori o risolvere indovinelli, tutto viene spostato all’aperto, anche i negozi ora non hanno più un interno, quando il giocatore vi entra si apre un vuoto menù a schermo che elenca i vari prodotti, persino la Lega ora è un luogo molto più povero all’interno. Il grande problema è il bilanciamento che in qualche modo limita la libertà del giocatore costringendolo a seguire comunque un percorso forzato nel corso dell’avventura. Può infatti capitare di arrivare in luoghi o città con nemici di livello molto più alto e di essere quindi inevitabilmente sconfitti. Il far salire di livello i propri pokémon non risulta una buona soluzione in quanto questi raggiunti un certo livello non ci obbediranno se non prendiamo prima una determinata medaglia. L’aver mantenuto questa meccanica classica ci impedisce di trovare una soluzione ai possibili divari di livello tra noi e le diverse zone se non quella di trovare la palestra del nostro livello, sconfiggerla e proseguire facendoci ritornare ad un classico proseguimento dell’avventura. L’unico luogo un po’ più articolato è l’accademia (Arancia nella versione Scarlatto e Uva nella versione Violetto), questa è divisa in atrio, varie aule e un campo per i combattimenti. Anche qui però l’esplorazione interna è molto limitata in quanto per spostarsi da una stanza all’altra bisogna farlo tramite un terminale.

Artisticamente piatto e con gravi problemi tecnici
Una delle note dolenti è la direzione artistica e il comparto sonoro. Negli ultimi anni Game Freak non sembra aver dato molta importanza all’aspetto grafico dei titoli che presentava, senza però mai rinunciare al tentativo di donare all’occhio del giocatore un qualcosa che fosse, certo non curato nei dettagli, ma comunque con un suo stile. Basta prendere come esempio lo stile di Leggende Pokémon: Arceus e di Pokémon Spada e Pokémon Scudo. Questa volta invece notiamo un comparto grafico non solo molto piatto, ma anche poco inspirato. Solo un paio di città hanno elementi molto caratteristici, mentre la maggior parte risulta essere anonima e dimenticabile. Inoltre gli ambienti hanno pochissimi dettagli con modelli che risultano essere sgranati e pixelati, per non parlare di alcuni edifici che risultano essere tremolanti quando li si guarda. La regia dei combattimenti è ora del tutto assente permettendo al giocatore di muovere la telecamera liberamente nello scontro, questo però causa l’invasione di elementi ambientali, come pokémon selvatici o addirittura NPC, all’interno del campo visivo andando spesso a coprire tutto quel che sta accadendo. Inoltre quando si avvia uno scontro non avviene più una transizione che ci porta in un ambiente adibito allo scontro, tutto avviene in tempo reale nel mondo di gioco, questo causa compenetrazioni tra i modelli dei personaggi e dei pokémon con l’ambiente esterno. Altro aspetto insufficiente è il comparto sonoro. A differenza dei capitoli precedenti le musiche sono molto piatte o comunque poco coinvolgenti, ed a peggiorare la situazione è che durante gli scontri la colonna sonora è costantemente sovrapposta dal suono dei pokémon selvatici che prepotentemente invade l’atmosfera spezzando l’immersione che la musica tenta di donare. Ma il problema più grave è l’ottimizzazione del gioco il quale è affetto da forti cali di frame, violenti freeze, NPC e pokémon che in lontananza vanno a scatti, molti glitch grafici e diversi bug che purtroppo rovinano l’esperienza di gioco (mentre scrivo questa recensione è uscita la prima patch, ma la strada è ancora lunga). C’è da dire però che i modelli dei pokémon sono il vero salto di qualità dal punto di vista grafico, questi sono stati curati e riempiti di dettagli.

Cercare il proprio tesoro
La narrazione di questi nuovi capitoli della saga presenta un canovaccio a noi già noto, ma con un’impostazione differente. Il protagonista è un giovane aspirante allenatore che, trasferitosi da una lontana regione, partirà per la sua avventura nel mondo dei pokémon. Iscrittosi all’accademia per allenatori sarà spinto alla ricerca del proprio “tesoro”, davanti a lui saranno poste tre strade: il superare la prova delle palestre per poi diventare campione della Lega, smantellare il team Star e sconfiggere i pokémon dominanti della regione. Il tutto poi convoglierà nel mistero legato ai leggendari della regione. Insomma uno scheletro che non è lontano da quello dei suoi predecessori. La novità sta nel potere scegliere liberamente l’ordine delle missioni spingendo quindi il giocatore ad un’esplorazione libera. Peccato che tutto ciò viene comunque smorzato dai problemi di bilanciamento di cui abbiamo già parlato. A livello di contenuti da molti anni la saga ha smorzato i toni della narrazione rendendoli più “family friendly”, ma senza mai rinunciare a trattare temi importanti. Troviamo quindi forti tematiche sull’amicizia, sul viaggio e sul bullismo. Il peccato è che sono appunto troppo diluite in una narrazione troppo superficiale, leggera e che solo verso la fine cerca di diventare intrigante. Infine il post game è quasi del tutto assente diventando solo una serie di scontri che si ripetono.

Considerazioni Finali
Pokèmon Scarlatto e Violetto sono dei titoli con un ottimo concept, ma realizzato in modo superficiale. L’esperienza di gioco viene rovinata, anche se non del tutto, da i gravi problemi tecnici che affliggono il titolo. La realizzazione sembra essere stata fatta di gran fretta, lo si può notare anche da alcune scelte artistiche che mostrano piattezza e pigrizia. Game Freak ha creato un grosso calderone di idee che sono state mischiate alla rinfusa. Alcune risultano innovative, altre sembrano essere dei passi indietro. Mentre con i primi titoli usciti su Switch potevamo vedere un costante tentativo di sperimentare e di portare un rinnovo alla serie qui non possiamo trovare scuse. Scarlatto e Violetto sono, purtroppo, dei prodotti mediocri che mettono Game Freak davanti ad un bivio: adagiarsi sul gran numero di vendite record e creare un tipo di gioco a cadenza fissa per una fetta di affezionati, oppure prendere tutti gli ottimi elementi sviluppati in questi anni e dedicare più tempo alla realizzazione di una rivoluzione che la saga merita e chiama a gran voce.
Arturo Perrotta